Ti piace Roma? Un sacco, anzi, un saccheggio! Piganiol, Alarico e il 410 d.C.

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Ti piace Roma? Un sacco, anzi, un saccheggio! Piganiol, Alarico e il 410 d.C.

Messaggio da Vindex » 18/07/2020, 2:08

Nel marzo di quest’anno Edizioni Res Gestae ha pubblicato “Il sacco di Roma – L’assedio e la presa della Città da parte dei Goti” (pagg. 420, € 24), saggio dello storico francese André Piganiol (1883-1968) dedicato al “fattaccio” del 24-26 agosto 410 d.C. ad opera di Alarico (titolo originale: “Le sac de Rome”).

Non si tratta di una novità editoriale sul mercato italiano; il saggio di Piganiol è del 1964 e venne pubblicato nello stesso anno dalla De Agostini, che lo rieditò nel 1971 (non so poi se seguirono altre ristampe).
A quanto parrebbe, quella di Res Gestae non è neppure una nuova edizione ma sembra piuttosto la ripubblicazione della prima edizione italiana, almeno a giudicare da alcuni indici rivelatori, se non di un certo arcaismo, almeno di un modernariato lessicale per il gusto contemporaneo (es. giuoco invece di gioco, compatriotti invece di compatrioti).
Peccato che l’editore non spenda una parola al riguardo, mancanza a mio avviso non trascurabile, così come il fatto di avere dovuto attingere ad altra fonte per conoscere la data di prima pubblicazione (come detto sopra, il 1964) dell’opera.

Ma veniamo al saggio di Piganiol: è preceduto da un’introduzione di Gérard Walter (altro storico francese), che in una quarantina di pagine propone una sorta di corso accelerato sulla storia dei Goti sino al 376 e dei Vandali (che pure, guidati da Genserico, saccheggiarono Roma nel 455) fino alla reconquista bizantina dell’Africa. Devo essere sincero: se questa introduzione voleva essere un viatico al saggio di Piganiol, me ne è sfuggito il senso profondo.
Il testo di Piganiol occupa una sessantina scarsa di pagine e al fatto vero e proprio del sacco del 410 dedica pochissimo spazio; è piuttosto un quadro generale della temperie politico, sociale, religiosa tra l’inizio del V secolo e il golpe di Odoacre del 476, che formalmente pose fine all’autorità imperiale nella parte occidente del mondo romano.

Qualche giudizio di Piganiol m’è parso un po’ affrettato: definire Teodosio un incapace per non essere riuscito a sloggiare i Goti insediatisi in massa dentro i confini dell’Impero dopo il disastro di Adrianopoli (378 d.C.) è quantomeno ingeneroso, per quanto Teodosio sia a mio parere criticabile per altre ragioni.
Così come attribuire, in ultima analisi, la caduta dell’Impero d’occidente al venir meno dello “spirito militare” per una mancanza di coesione sociale generata dall’”odio dei popoli sottomessi”, asfissiati da una burocrazia e da una pressione fiscale implacabile, riporta chiaramente alla Francia degli anni ’50 e ’60 del ‘900, direttamente coinvolta nei (sconvolta dai?) moti indipendentisti dei propri possedimenti coloniali. Non è un caso allora che Piganiol parli di “crisi di <decolonizzazione>” per l’Impero, citando la “secessione della Gallia, la rivolta dell’Africa” (tutto vero, ma tu guarda …).

Al di là di alcune tesi discutibili, a mio modo di vedere il vero valore del saggio di Piganiol consiste nel fungere da preambolo – e in questo sì, rende un buon servizio - a una ampia e ricca antologia di testi sul prima, il durante e il dopo del sacco alariciano. Si va da Ammiano Marcellino a Gibbon e a Voltaire, passando per Libanio, Simmaco, Ambrogio, Agostino, Zosimo, Orosio e molti altri.
Particolarmente interessante il panegirico di Claudiano sul sesto consolato dell’imperatore Onorio (395-423), riprodotto quasi integralmente, che è in realtà una smaccata apologia di Stilicone, di cui Claudiano è il cantore ufficiale.

Chiudono il volume gli stralci di alcune cronache (tra cui quelle di Benvenuto Cellini e del Guicciardini) su un altro saccheggio di Roma, quello compiuto dagli Spagnoli e dai Lanzichenecchi di Carlo V nel 1527; raffrontando questi testi con quelli dell’antologia precedente, si ha l’impressione che il sacco di Alarico, in confronto, sia stato una sorta di evento conviviale.

La bibliografia, dal sapore necessariamente vintage, pecca di campanilismo, come spesso succede negli autori francofoni.

Valete
"Per alcuni versi, si tratta di un mondo come il nostro, con i suoi rapidi cambiamenti ed il senso di trovarsi fuori posto che ad essi si accompagna."
(A. Cameron - Il tardo impero romano)

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