"Tràchala" sarà lei! Il grosso collo di Costantino I - seconda parte

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"Tràchala" sarà lei! Il grosso collo di Costantino I - seconda parte

Messaggio da Vindex » 20/06/2020, 23:38

Oltre ai due cronografi bizantini di cui si è detto nella prima parte, esiste solo un’altra fonte letteraria che attesta l’attribuzione a Costantino del soprannome Tràchala.
La cosa si fa interessante per almeno due motivi: perché è una fonte cronologicamente “vicina” a Costantino e perché ci ricorda che i soprannomi non vanno necessariamente presi alla lettera.

Questa fonte è l’Epitomae de Caesaribus, di autore anonimo (spesso chiamato pseudo-Aurelio Vittore), una sorta di “bigino” di storia romana da Augusto a Teodosio pubblicato dopo il 395 d.C. (morte di Teodosio); sono passati circa sessant’anni dalla morte di Costantino (337), la sua discendenza si è estinta e quindi del Granduomo non si deve obbligatoriamente parlare bene, lo si può anche criticare.

E l’autore dell’Epitomae, pur senza tacere alcuni aspetti positivi dell’attività e del carattere di Costantino, nelle critiche usa la mano pesante. Da notare, quale indice della scarsa simpatia nutrita dall’anonimo per l’imperatore, che la breve descrizione delle cose buone da lui compiute è introdotta da un tamen (“tuttavia” fece anche del bene …) ed è preceduta, infatti, da episodi nefandi quali l’ordine di messa a morte del suo primogenito Crispo e di sua moglie Fausta.
Il giudizio finale è davvero feroce: “Irrisor potius quam blandus. Unde proverbio vulgari Trachala, decem annis praestantissimus, duodecim sequentibus latro, decem novissimis pupillus ob profusiones immodicas nominatus.” (Ep., 41, 16). Tradotto liberamente ma rispettando il senso, può suonare così: “In realtà era più incline allo scherno che alla compiacenza. Per questo motivo era soprannominato dal popolo Tràchala, nei primi dieci anni del suo regno fu un sovrano eccezionale, nei successivi dodici un farabutto, negli ultimi dieci un rimbambito dalle mani bucate.”.

Eccoci al dunque: nel testo latino dell’Epitomae, la parola Tràchala appare la traslitterazione del sostantivo greco Τράχαλος, ma è evidente che è utilizzata in senso dispregiativo per esprimere un giudizio morale negativo e che non si riferisce quindi, letteralmente, a un tratto somatico del personaggio. Non solo, sembra anche sottintendere che il soprannome Tràchala fosse già in voga durante la vita di Costantino.

Questo passo dell’Epitomae è tanto oscuro quanto bizzarro, almeno per noi moderni.
Nel 1972 lo storico A. Alföldi ha attribuito all’epiteto Tràchala il significato di “testa di lumaca”, nel senso cioè di persona viscida, sfuggente, ambigua, con il quale l’autore dell’Epitomae – affermando di riportare una diceria del volgo - avrebbe inteso stigmatizzare l’ipocrisia di Costantino nel mascherare, con un’apparente benevolenza, il suo disprezzo verso il prossimo (irrisor potius quam blandus).
Per avvalorare la sua tesi, Alföldi (non ho letto direttamente il suo testo – che è in tedesco – quindi relata refero) prende spunto da un passo del grammatico e antiquario Sesto Pompeo Festo, vissuto nel II sec. d. C. Festo racconta che Tràchali sono chiamate le parti superiori della conchiglia della porpora e che da qui avrebbe avuto origine il cognomem Tràchali, ricorrente tra gli abitanti del litorale riminese. Per confermare l’esistenza di una tradizione in questo senso – l’associazione del nome tràchala al mollusco gasteropode della porpora - Alföldy richiama l’incisione su una moneta battuta agli inizi del III sec. a. C dalla città di Hatria/Hadria – l’odierna Atri in Abruzzo, che però sta a circa duecento chilometri da Rimini, non proprio due passi – quale indice della diffusione del soprannome Tràchali tra le popolazioni della costa Adriatica.
Quindi Tràchala = testa di lumaca = per metafora, viscido, sfuggente (pure “appiccicoso”, che fa un certo senso).

In effetti la parola greca Τράχαλος, oltre al significato principale di “collo”, in senso analogico veniva utilizzata anche per indicare la parte superiore – dunque un “collo” – della conchiglia della porpora, da cui “testa di lumaca” riferito all’abitante della conchiglia e nel nostro caso a Costantino. Certo, l’accostamento non sarebbe neppure privo di una certa suggestione, considerato che il colore porpora è il simbolo per antonomasia del potere imperiale.

A me però questa spiegazione, per quanto ingegnosa, sembra bizzarra quasi quanto l’originale latino dell’Epitomae.
Non voglio eccedere in semplificazioni, ma fino al 324 d. C. la storia di Costantino è una storia di progressiva conquista del potere da occidente verso oriente (combinazione: a oriente sorge il sole e per seguirlo nel suo percorso devi a mano a mano alzare lo sguardo e distendere il collo); poi è un’affermazione e una celebrazione continua di quel potere.

La stessa Epitomae ci dice che Costantino fu smodatamente bramoso di gloria (41,13: Fuit vero ultra, quam aestimari potest, laudis avidus), prima di definirlo irrisor, cioè derisore, schernitore, beffardo, sprezzante, e quindi arrogante, superbo, altero, presuntuoso. Uno, insomma, abituato a guardare gli altri dall’alto in basso, che per farlo deve quindi sollevare il mento e mettere in bella mostra il collo disteso.
In una parola: Tràchala.
Il verbo greco Τραχηλιάω (Tracheliào) significa appunto “alzare il collo”, “essere altero”.

Di questa postura abbiamo un’attestazione iconografica su alcune emissioni monetali a partire dal 326 d.C., nelle quali Costantino è raffigurato con lo sguardo rivolto verso l’alto e il collo in bella evidenza, come si è detto nel post precedente.
Costantino, secondo un’interpretazione plausibile di tale iconografia, guarda negli occhi la divinità – quale essa sia – che gli ha dato e legittima il suo potere. Altro che superbia, verrebbe da dire: l’imperatore e lui solo, cioè in esclusiva, può avere un rapporto diretto con le potenze dei cieli.
E le monete circolavano; qualcuno notando la novità nella raffigurazione del volto imperiale avrà magari detto: vide quam tràchalam! (anvedi che collo!). :lol: :lol: :lol:

Battute a parte, è un’ipotesi da non scartare che l’autore dell’Epitomae abbia inteso censurare non tanto la “viscidità” di Costantino, quanto la sua protervia, dicendoci che, bene o male, un po’ tutti (proverbio vulgari) la pensavano così, tanto da affibbiargli il soprannome di Tràchala.
C’è da dire che Costantino era abituato a guardare negli occhi la divinità: un panegirico del 310 ci racconta che, visitando un santuario di Apollo, il dio gli era apparso e aveva specchiato gli occhi nei suoi. Per non parlare delle visioni successive.

Ma questa è davvero un’altra storia.

Per concludere, sul reale significato del soprannome Tràchala attribuito a Costantino ne so quanto prima, cioè nulla di sicuro. Ma si sa, il bello non sta nel trovare la verità, ma nel metterla continuamente in discussione e nel non smettere mai di cercarla.

Devo ringraziare di cuore l’amico-frater Francesco V. per avermi dato lo spunto, durante uno dei nostri cazzeggi su Whatsapp, di postare questo pippone sul collo di Costantino: arrivati fin qui, sta a voi se associarvi al mio sincero grazie a Francesco, o se volergli diversamente bene.

Valete
"Per alcuni versi, si tratta di un mondo come il nostro, con i suoi rapidi cambiamenti ed il senso di trovarsi fuori posto che ad essi si accompagna."
(A. Cameron - Il tardo impero romano)

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